L’assurda morte di Alika

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di Walter di Munzio

Si chiamava Alika Ogorchukwu e aveva 39 anni, era nato in Nigeria. Immigrato e ucciso a Civitanova Marche da un italiano che lo ha aggredito, pare per un presunto apprezzamento alla sua ragazza. Alika risiedeva da tempo a San Severino Marche ed era solito spostarsi sulla costa, a Civitanova appunto, per chiedere l’elemosina.
Il suo omicida è stato subito individuato e arrestato, anche grazie a quei tanto vituperati filmati realizzati da cittadini presenti sul posto, poco importa se per curiosità, per solidarietà o più banalmente per paura di essere coinvolti nella rissa. L’aggressore è un uomo di 32 anni, operaio, originario di Salerno. Il suo nome è Filippo Ferlazzo, ed è ora recluso nel carcere di Montacuto, ad Ancona. Qui Filippo ha incontrato il suo avvocato d’ufficio, l’avvocata Roberta Bizzarri, che dopo due ore e mezza di colloquio ha dichiarato «… a far scattare la molla dell’aggressione sarebbe stato uno strattonamento ricevuto dalla compagna, Elena, da parte del nigeriano ucciso. Filippo dice di aver aggredito l’ambulante quando la compagna è stata presa per un braccio, sostiene che voleva fargli capire che non ci si comporta così e impartirgli una lezione». Filippo ha poi dichiarato, quasi a sua discolpa «… sono un invalido civile al 100% e ho problemi psichiatrici. Mia madre Ursula ha tutti i documenti del Tribunale di Salerno. Mi hanno giudicato bipolare e borderline». Non è ancora chiaro se si tratti di una strategia difensiva, ma è stata richiesta una perizia psichiatrica.
Da una prima ricostruzione, pare che Filippo Ferlazzo sia stato definito qualche anno prima uno “psicopatico sociale”. Come risulta anche dagli accertamenti sanitari fatti qualche anno prima a Salerno.

Per saperne di più e capire meglio, abbiamo intervistato il dr. Germano Fiore, attualmente responsabile dei servizi di salute mentale della città di Salerno.

Dr Fiore, ci racconti cosa ricorda di Filippo Ferlazzo e quali sono le sue valutazioni da psichiatra?
“Filippo rappresenta una delle grandi criticità della psichiatria moderna. Quella che riguarda i pazienti che fanno uso di droghe. Tale era Filippo. Si tratta di pazienti che sono sempre di complessa gestione. Per questo motivo il nostro DSM ha anche attivato specifici corsi di formazione rivolti ad aggiornare sull’argomento il personale di assistenza”.
Per quanto tempo Ferlazzo è stato in cura presso i servizi psichiatrici di Salerno?
“Parliamo di un paziente cosiddetto “storico”, seguito fin dal 2016 dal nostro servizio territoriale. È stato trattato in vari setting terapeutici. Ambulatoriali, ospedalieri, residenziali e semiresidenziali. Poi è stato un anno e mezzo ricoverato in una comunità per il trattamento della doppia diagnosi. Era considerato quindi un caso complesso, cioè ad alto carico assistenziale. In questi anni ha però avuto anche lunghi periodi di buon compenso, ma tutti quando riusciva a controllare il consumo di droghe. In tali periodi non si intravedevano né segni di malattia né, tantomeno, di pericolosità.
La sua pericolosità era, quindi, da attribuire esclusivamente a quella disinibizione comportamentale che le droghe spesso causano. Possiamo affermare che la violenza espressa dipendeva dall’uso di cannabinoidi, cocaina o di crack, non certo dalla sua malattia psichiatrica”.
Avete mai temuto che potesse rendersi protagonista di un episodio come quello di Civitanova?
“Assolutamente no. Non era considerata una persona particolarmente violenta. Almeno non più violenta di tanti altri non portatori di disagio psichico”.
La sua patologia vi ha fatto mai temere che potesse uccidere?
“Non più di quanto si possa temere per altre persone. Da sottolineare che Filippo, in passato, non aveva mai subito misure di sicurezza da parte degli organi di polizia”.
Perché e in quale occasione avete richiesto a suo carico un TSO?
“Quei TSO erano stati richiesti sempre in contesti caratterizzati da un suo rifiuto ad assumere la terapia farmacologica, così come prescrive la normativa vigente, non sono stati mai richiesti per prevenire atti di aggressione o, genericamente, di violenza”.
Quale è stato, secondo lei, il ruolo della madre nella gestione della sua malattia?
“La madre svolgeva il ruolo di Amministratore di Sostegno e, specificamente, aveva funzioni di care giver. Ma bisogna ricordare che un amministratore di sostegno, in quanto tale, non è responsabile degli atti compiuti dal paziente di cui si prende cura. La madre, devo dire, si occupava del figlio con tutte le sue forze e capacità. Era assolutamente una persona presente. Non si può pretendere che queste persone sostituiscano poi gli amministrati anche nell’ambito della capacità di autodeterminarsi nei loro atti quotidiani”.
In conclusione, ci dica, secondo lei, cosa ci può insegnare questa terribile storia.
“Innanzitutto, vorrei premettere che la malattia mentale non può e non deve mai essere considerata il movente per dare senso a quelle azioni violente, soprattutto quelle che ci appaiono senza alcuna motivazione logica. Questo tipo di accostamento è troppo spesso abusato. La violenza è agita da tanti, anche da persone cosiddette “normali” e nelle occasioni più disparate”.

Vorremmo concludere questa intervista con una riflessione ulteriore. Nessuno può surrogare il ruolo e le competenze di un servizio pubblico di assistenza. Né un familiare né un osservatore esterno, sia esso un volontario o un’associazione. È un dato di fatto quanto la psichiatria sia ancora oggi considerata ai margini del servizio sanitario e quanto sia grave l’assenza anche della semplice citazione dei “Servizi di Salute Mentale”, nell’elenco di quelli da implementare con i fondi PNRR, soldi destinati alla Riforma della Sanità Territoriale. Quindi la psichiatria non potrà reclutare personale in sostituzione di quello in uscita, né adeguare le strutture o acquisire nuove tecnologie, siano esse informatiche o strumentali. La psichiatria continuerà ad essere citata ancora solo in queste drammatiche occasioni da cronaca nera. Eppure, tutto lo schema della nuova organizzazione dei servizi della sanità territoriale deriva chiaramente dalla lunga esperienza organizzativa della psichiatria, fatta in Italia negli ultimi cinquant’anni.

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