“Negli ultimi 20 anni la città ha perso colpi”

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«Una città che perde giovani che ha affidato tutto ai palazzinari che tra l’altro faranno abbassare il valore delle case nel mentre si costruisce e si perdono nel contempo residenti». Il giudizio del giornalista Luciano Pignataro è negativo. «Negli ultimi venti anni Salerno ha perso colpi».

Salerno vive un momento difficile. Quale è il suo giudizio sulla città dell’ultimo ventennio?

«Negli ultimi vent’anni la città ha continuato a perdere colpi in maniera evidente, è cambiato il dna del commercio al Corso ed è una cartina da tornasole evidente su cui ci sarebbe tanto da studiare e approfondire. Il sistema del trasporto urbano è ancora peggio di quando ero bambino negli anni ’69, la digitalizzazione dei servizi pubblici è tra le più arretrate del mondo. Un passo in avanti evidente è solo nel settore multe e nella loro riscossione che serve a tappare i buchi di un bilancio disastrato di una città tra le più indebitate d’Italia e dove il livello di tassazione è già alto. Ma dove il salto indietro rispetto al passato è più evidente è dopo le 20, quando il tessuto urbano è affidato a poche (tre, quattro al massimo) pattuglie di polizia e carabinieri mentre i vigili scompaiono e diventa il territorio di nessuno, con una movida di bassa qualità, inquinamento acustico pari solo a quello di New York, le zone pedonali trasformate in circuiti da corsa di motorini e macchine parcheggiate ovunque. Sicché se uno con la zona 4 parcheggia in area zona 3 di giorno prende la multa, mentre la notte via Conforti, via De Luca, lo spazio di fronte alle Poste, lo stesso Comune, diventano aree parcheggio selvaggio gratuito del ‘cafoname’ che poi lascia tutto sporco. Insomma è una città in cui ormai i salernitani sono degli estranei e lo testimonia il continuo calo demografico degli ultimi vent’anni. È come se un paese di 20mila abitanti fosse sparito: siamo a 132mila residenti, ottomila in meno del 2008, lo stesso livello del 2002, ben lontani dal picco dei 157mila raggiunto nel 1981. Inoltre Salerno perde giovani, l’età media è di 46 anni, il che vuol dire che il calo è destinato a proseguire perché non c’è futuro in città. Questi sono i dati che testimoniano uno stato comatoso del territorio, di una provincia che, nonostante le bellezze e le potenzialità, ha un reddito pro capite tra i più bassi d’Italia, 15mila euro, e una capacità di risparmio di 1400 euro».

Si continua a costruire ma Salerno perde residenti. Non pensa che un’altra prospettiva o un’altra idea?

«Il punto è proprio questo. Vedendo quei dati, lo sforzo delle amministrazioni pubbliche dovrebbe essere quello di migliorare la qualità della vita e dei servizi, offrire opportunità di lavoro qualificato, invece la ricetta è sempre la stessa dagli anni ’50: costruire, costruire e costruire. È la risposta più facile perché si realizza un reddito dopato che non è produzione di ricchezza, ma solo una prospettiva di rendita parassitaria, quella che nasce dai fitti e che non produce pil. La qualità delle costruzioni è sotto gli occhi di tutti: da quando sono nato non ricordo un vero bel palazzo costruito a Salerno degno di nota, solo cemento su cemento senza alcuna considerazione di spazio e di verde. La cosa grave sta avvenendo adesso: in vista di un calo demografico si è dato il via a nuove costruzioni consumando altro terreno comunale, in poche parole si sta “battipaglizzando” Salerno affidando tutto al ceto dei palazzinari che finiranno per far abbassare il valore delle case, già in caduta del 30% dopo la crisi del 2008-2009. Non c’è ambizione estetica. Per dire: volete costruire nella zona dello Stadio Arechi, allora fate veri grattacieli come il Centro Direzionale di Napoli, che pure ha le sue problematiche. Invece no, sempre quelle mezze calzette di palazzoni brutti solo a vedere e rivestite come i cessi degli Autogrill. Persino le palazzine popolari dei ferrovieri o le case popolari attorno allo stadio “Vestuti” sono una laurea di architettura a confronto. Cemento più il casino di tre mesi di invivibilità che le manifestazioni Luci d’Artista, una spaventosa saga di paese, quanto di più provinciale e orribile si potesse pensare, sono oggi la cornice di Salerno».

Ha avuto modo di leggere il racconto autobiografico di Andrea De Simone? Che ne pensa?

«Certamente, conosco l’onorevole De Simone da ragazzo e penso che sia uno dei pochi politici non legati a lobby di palazzinari, è sempre rimasto uno del popolo ed è capace di ascoltare la gente. Sarebbe un ottimo sindaco, un sindaco della svolta necessaria a questa città stanca e sfiduciata».

In città si avverte un fermento di forze civiche e dell’associazionismo, lei pensa che ci siano le condizioni per rinnovare la classe
politica e dirigente?

«Ho vissuto poco la realtà cittadina perché impegnato fuori. In questo lungo intervallo pandemico ho visto con piacere che tante cose di cui ero convinto sono in realtà patrimonio comune di tanti giovani impegnati, molto qualificati, che sognano una città che promuova il merito e gratifichi i loro studi. Sono i giovani che la notte dormono perché devono lavorare il giorno dopo e non campano con le pensioni dei genitori e dei nonni. Mi ha colpito la scomparsa di Marta e da allora mi sono appassionato un po’ di più al dibattito locale. Sono convinto che il capoluogo di una delle più belle province d’Italia, e non lo dico perché ci sono nato, e dunque del mondo, debba avere un ben altro destino che costruire orribili palazzi e ospitare il festival del kitsch
da ottobre a gennaio. Dovrebbe essere un centro propulsivo del migliore agroalimentare, del miglior artigianato, del migliore turismo culturale e paesaggistico. Non a caso questa è forse l’unica provincia d’Italia che non si sente rappresentata dal capoluogo e in cui il capoluogo è fanalino di coda a quello che si fa fuori dalle mura».

Sarebbe disponibile a dare una mano in prima persona in un processo di rinnovamento, in vista delle prossime elezioni amministrative?

«Se la domanda è riferita a una candidatura sicuramente no. Ho fatto politica da ragazzo quando persino passare da un gruppo extraparlamentare ad un altro era considerato tradimento. Non mi ritrovo in un mondo dove più della metà dei parlamentari cambia casacca come se nulla fosse. In poche parole non ho più una mia casa politica in cui riconoscermi. Ma sono anche convinto che candidarsi non è l’unico modo per impegnarsi, per cui le mie relazioni, le mie esperienze di vita e di lavoro sono a disposizione di chi ha davvero voglia di cambiare pagina in città fuori dai soliti giochetti in politichese».

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