Psico…analisi del voto

0
113

di Fabio Croce

Come comprensibile, a ridosso dall’appuntamento elettorale, in tanti si stanno interrogando su CHI votare o SE votare. A mio giudizio, potrebbe agevolare molto, soprattutto per l’imminente rinnovo delle cariche parlamentari, capire COME si vota e attraverso quali dinamiche l’attuale sistema elettorale ripartisce i consensi dei cittadini e li traduce in seggi.

In Italia si vota con i criteri stabiliti dalla legge Rosato, conosciuta come Rosatellum, traendo ispirazione dal nome del parlamentare relatore. Fu approvata nel 2017, da una larghissima maggioranza parlamentare, la più ampia mai registrata dal Dopoguerra, e fu testata soltanto nelle precedenti elezioni del 2018.

Superati questi doverosi cenni “storici”, credo che addentrarsi nei meandri tecnici della legge possa aiutare a orientare meglio le intenzioni di voto. Il Rosatellum è basato su un sistema MISTO di attribuzione dei seggi, per un terzo saranno attributi attraverso un sistema maggioritario uninominale, mentre per i restanti due terzi mediante un sistema proporzionale.

Nel primo caso, le forze politiche presentano UN solo candidato in ogni collegio e vince chi prende più voti. In tal caso, è comprensibile da un punto di vista tecnico, che le forze politiche tendano a unire le forze e a “fare sintesi” per superare quelle antagoniste.

Nella parte proporzionale, vale a dire i restanti due terzi, i seggi sono attribuiti tra le forze politiche, IN PROPORZIONE ai voti presi.

Per quanto riguarda la parte maggioritaria, sulla scheda le forze politiche o coalizioni presentano un solo candidato; mentre, collegate a esso, le SINGOLE forze politiche presentano un listino bloccato che va dai due ai quattro candidati, in base alle dimensioni di ogni seggio. Tale ripartizione dovrà tenere conto delle ripartizioni di genere, vale a dire, che un genere non può superare l’altro e arrivare massimo a essere rappresentato in una percentuale che non superi il 60%.

Per accedere ai seggi, è indispensabile raggiungere la soglia di sbarramento, 3% per i singoli partiti o singole liste e 10% per le coalizioni.

Nel 2020 fu approvato dagli italiani, attraverso un referendum popolare, il taglio del numero dei parlamentari, stabilendo che alla Camera dei Deputati si passasse da 630 a 400 seggi elettivi e al Senato dai precedenti 315 agli attuali 200.

Tenendo conto di questa nuova platea, la parte maggioritaria eleggerà 147 Deputati su 400 alla Camera e 74 Senatori su 200 sull’altro ramo del Parlamento.

I restanti seggi (245 alla Camera e 122 al Senato) saranno attributi con sistema proporzionale.

Otto seggi alla Camera e quattro al Senato sono riservati attraverso il voto su sistema maggioritario degli italiani all’estero.

Di conseguenza, sulla scheda elettorale, si troverà un solo candidato per la parte maggioritaria e collegate a esso le SINGOLE forze politiche per la parte proporzionale.

Se nel maggioritario, le forze si uniscono; nel proporzionale, tendono a dividersi e a “contarsi”.

Basta votare solo il simbolo, in quanto non esiste il voto disgiunto come in altri sistemi elettorali, comunali e regionali. Di conseguenza, votando il simbolo di una forza politica, automaticamente, si vota il candidato nel collegio uninominale.

Mentre sulla parte maggioritaria c’è tendenzialmente chiarezza, il dark side lo si ritrova più sulla componente e sulla ripartizione proporzionale.

Si badi bene una differenza non trascurabile: alla Camera, la componente proporzionale è ripartita su scala NAZIONALE; al Senato, la ripartizione avviene su scala REGIONALE.

Basterebbe solo questo elemento per capire che questa caratteristica normativa facilmente può prodursi in una frammentazione del quadro politico parlamentare. È inevitabile che non ci sia uniformità tra la rappresentanza alla Camera e quella al Senato. Così come, da una legge così complessa, è inevitabile che, qualora una coalizione non raggiungesse o sfiorasse il 50% dei seggi in Parlamento, si creino delle alleanze fra due o più forze politiche, pur di garantire un governo alla nazione.

È proibitivo che, stante l’attuale “offerta” politica, qualcuno raggiunga la maggioranza netta dei seggi elettivi; è inevitabile, quindi, che si creino post voto accordi di Governo, “imbarcando” in maggioranze anche chi è stato antagonista al momento del voto.

Non c’è da scandalizzarsi. È una naturale conseguenza causata dal sistema elettorale. Ecco perché occorreva prima cambiare la legge elettorale, per poi rivolgersi agli elettori.

Oltre al venir meno il requisito dell’ “uniformità” tra i rami del Parlamento, si scalfisce con il Rosatellum anche la fedele rappresentanza del voto, in quanto, tenendo conto delle rispettive densità abitative dei collegi di riferimento, in alcuni può bastare anche il 10% per essere eletti; mentre in altri (quelli con alta densità abitativa) potrebbe non bastare il 20%.

Si tenga conto che, in Italia, a una legge elettorale così “imperfetta”, fanno da “controcanto” leggi elettorali “perfette”, come le comunali e le regionali: un minuto dopo lo spoglio già si conosce il Sindaco e la maggioranza che durerà (presumibilmente) per l’intero mandato.

I listini bloccati della quota proporzionale, inoltre, sono scelti inevitabilmente da dinamiche interne alle forze politiche e sono l’antitesi del legame con il territorio che, magari, sarebbe stato più riscontrabile attraverso le preferenze.

I listini bloccati, la diversa ripartizione tra i due rami del Parlamento e il sistema misto di attribuzione dei seggi sono la palese fotografia di un sistema elettorale imperfetto e confusionario, da cui può scaturire un Parlamento altrettanto imperfetto e parimenti confusionario.

Basti pensare che nel Parlamento uscente, prodotto dall’applicazione del Rosatellum, era talmente alta la frammentazione politica da determinare tre maggioranze diverse, figlie di accordi fra forze politiche antagoniste al momento del voto, con Presidenti del Consiglio indicati fuori dal Parlamento: il massimo della confusione!

Tuttavia, se questo quadro ci sembra, oltre che inverosimile, calato dall’alto e cucito su misura dalle forze politiche (quasi tutte hanno votato il Rosatellum), un po’ di responsabilità è da attribuire anche agli elettori.

Nel Dicembre 2016, infatti, gli italiani più che legittimamente respinsero con un referendum popolare la riforma costituzionale, attraverso cui si apportavano modifiche incisive e drastiche all’attuale sistema parlamentare. In quella circostanza, gli italiani difesero il Parlamento da ogni tentativo di modifica. Pertanto, al netto della volontà popolare, è giusto che nel Parlamento, e solo in esso, ci sia la sintesi dei processi politici.

È difficile fare chiarezza nella confusione: sono antitetiche.

Credo che comprendere gli aspetti tecnici del sistema elettorale aiuti la scelta del voto e orienti meglio l’elettore e, soprattutto, ci preserva da un atteggiamento di stupore in caso, come probabile, di accordi post voto o di cambi di casacca. Parafrasando una celebre frase della famosa serie TV “House of the Cards”: “è la politica, bellezza!”.

Articolo precedenteCava, l’opposizione: “Sul bilancio Servalli non ha proprio nulla da festeggiare”
Articolo successivoUn modello di rigenerazione urbana bioeconomica

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui