Salerno, l’ostello della gioventù deve essere un bene comune

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Gentile Direttore,

nei giorni scorsi, la rituale rilevazione annuale del Sole24Ore ha confermato che la vita non ha qualità, dalle nostre parti. Certo, la classifica è su base Provinciale e ci sono aree davvero sfortunate che penalizzano i dati statistici complessivi. Da soli, però, potremmo essere qualche gradino più avanti del 97° (!), ma è ben difficile immaginare di arrivare ad avere valori da sufficienza. Nessuno, dotato di obiettivo giudizio, può negare la verità sulle condizioni della Città per ambiente, economia, cultura, socialità, giustizia, servizi, né contestare la sua insoddisfacente forza attrattiva, come dimostrato dall’esito negativo dell’asta del 02/12 per la vendita dei beni patrimoniali e, ancor più, dall’assenza di offerte per la gara del 19/10 relativa alla gestione dell’Ostello per la Gioventù. Quest’ultimo caso, in verità, è di grave danno, perché solo la vitalità apportata dai giovani studenti può favorire il recupero sociale ed economico del Centro Storico. Purtroppo, sulla gara poco si sa, e nulla si può dire, per l’assenza della delibera di Giunta n. 105 del 20/04/22 sull’Albo Pretorio dell’Ente. “Non presente”, è scritto. Un vero peccato, come per le delibere di vendita dei beni, pure mancanti, e per quelle di aggiornamento dell’elenco del Patrimonio da alienare, pure mancanti. Sono coincidenze che meriterebbero un approfondimento, una volta decisa la scienza da applicare.

Qualcosa, invece, si può dire sul Conservatorio ‘Ave Gratia Plena’, così definito non per un utilizzo musicale ma perché nel 1.700 ‘conservava’ giovani donne abbandonate. L’immobile venne ristrutturato come residenza per anziani, dopo il terremoto, con l’utilizzo di fondi pubblici e poi concesso in comodato, con il versamento ‘una tantum’ di 12 euro (fonte: delibera), all’Associazione Italiana Ostelli per la Gioventù, AIG, perché fosse utilizzato con tale finalità per il periodo di nove anni. L’AIG l’affidò immediatamente in gestione ad una società locale che, a quanto risulta, e salvo errore, era stata costituita, per fortunata coincidenza, il giorno dopo la concessione (fonte: Cronache). Successivamente, con delibera di Giunta n. 724 del 18/06/2010, l’accordo con AIG fu rinnovato per altri nove anni e, con esso, anche il contratto di gestione. Nel 2019, però, a causa del fallimento dell’AIG (fonte: portaleAIG), sono venuti a cessare sia il comodato che il fitto. La consegna delle chiavi all’Ente è avvenuta il 15/11/21 (fonte: Cronache) ed è stata accompagnata dalla promessa di una immediata riapertura per l’esclusivo esercizio dell’attività di “turismo sociale, culturale, sportivo e religioso”.

Da quanto informalmente appreso, sembra che siano state le stesse condizioni della gara a distogliere potenziali operatori. A parte l’altezza del fitto, quantificato ora in € 152.674,68 all’anno, il nuovo gestore dovrebbe provvedere all’allineamento catastale della struttura, perché non sarebbe conforme, e a interventi di manutenzione straordinaria per l’importo netto di € 341.315,52 al fine di adeguarla alle prescrizioni per gli Ostelli previste dalla Legge Regionale n. 17 del 24/11/2001. Cosa sia necessario fare, non si sa. Perché, mancando la delibera sul sito, manca pure il computo metrico. Però, visto l’importo, non deve trattarsi solo di una imbiancata o di qualche tubo che perde. Così, una domanda è spontanea: “se l’immobile è stato adibito a Ostello e, oggi, ha bisogno di interventi per rispettare una Legge che è precedente al suo utilizzo, come è stato possibile gestirlo per 18 anni in difformità”? E, poi: “perché il Comune non ha chiesto al comodatario AIG, per 18 anni, di eseguire i lavori necessari”? E, ancora: “perché, per 18 anni, l’immobile non è stato sottoposto a controlli”? E, infine: “perché, adesso, dopo averlo concesso per 12 ‘denari’, debbono pagare i cittadini”? Già, perché nel bando sarebbe inserita la clausola del recupero della spesa di ristrutturazione nell’arco di cinque anni. E, quindi, l’investitore potrà pagare un fitto più basso, il Comune potrà sostituire i minori incassi con l’imposizione di tributi e i cittadini pagheranno per tutti. Chissà perché, va a finire sempre così. Però, se siamo noi a pagare: “perché debbono essere altri a gestire la struttura a proprio vantaggio”? In realtà, una ipotesi più onesta e più giusta, valida per la gestione di tutti i beni della ‘nostra’ storia e della ‘nostra’ cultura potrebbe essere ben altra.

Da qualche giorno si legge che, nel rispetto del decreto Aiuti, è stato avviato il progetto di riordino delle Partecipate che prevede il passaggio alla Sistemi Salerno Holding delle società Salerno Pulita, Mobilità e Solidale per avere economie di gestione e vantaggi amministrativi e operativi. Bene. Ma, il decreto non dice questo. Il decreto dispone di ‘alienare’ le partecipazioni non funzionali alle finalità istituzionali dell’Ente e di restringerle alle sole aziende idonee a offrire ‘utilità’ alla Comunità, non ‘utili’. E, tra esse, l’art. 4 indica quelle relative all’ambiente e al patrimonio culturale. Se si applicasse questa disposizione, ci sarebbero almeno due società non conformi, e non è utile qui indicarle, e almeno due nuove che potrebbero sostituirle: cura del verde e tutela dei beni comuni. E, quindi, l’Ostello potrebbe divenire una ricchezza per tutti se la sua gestione fosse inserita in una più ampia attività di esaltazione del Patrimonio Pubblico Storico, Culturale e Ambientale. Questo renderebbe possibile anche il recupero delle Chiese distrutte o degradate. Come è stato fatto altrove. Basta fare un ‘giro’ su Internet.

Una decisione in tal senso sarebbe in grado di cambiare davvero il futuro della Città che ha colpevolmente abbandonato identità, vocazione e almeno 2.400 anni di storia etrusca, romana, longobarda, normanna, per competere in modernità con realtà ben diverse. Oggi, capiamo che avere qualche ‘cattedrale’ non ci ha reso primi della classe, visto che siamo quasi ultimi, che ci siamo svenati, con gravissimi squilibri nei conti pubblici, e che continueremo a svenarci fino al 2042, data ufficialmente dichiarata di rientro dal disavanzo (fonte: Cronache).

In verità, dovremmo abbandonare, da subito, megalomani progetti incoerenti e insopportabili per puntare sulla effettiva valorizzazione, non come sinonimo di ‘vendita’, delle nostre ricchezze a costo zero, cioè: radici, tradizioni, talento, da gestire direttamente per renderle fonti di lavoro e reddito nel turismo di qualità e premessa per una resurrezione definitiva della Città, non legata ad eventi estemporanei e pittoreschi.

Peraltro, chiamare i cittadini a lavorare come Soci, negli interessi e nelle anime, consentirebbe di accrescere la partecipazione emotiva e l’orgoglio di essere artefici del proprio futuro, non semplici spettatori paganti per favorire attività economiche lucrative o sistemare responsabilità di terzi. Facendo salva ogni buona fede.

Alfonso Malangone – Ali per la Città

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