Sopravvivere alla morte di un figlio: il dolore di Monica e la ricerca della verità. “Ho il dovere di restituire dignità a Vittorio”

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Voglio trovare un senso a questa vita anche se questa vita un senso non ce l’ha. Inizia così uno dei brani più celebri di Vasco Rossi, il cantautore italiano che Vittorio amava ascoltare in cuffia, a tutto volume.

E’ sempre complicato utilizzare i verbi al passato per raccontare il triste destino di un ragazzo strappato troppo presto alla vita. Il 15 Settembre del 2019 Vittorio Senatore è morto a causa di in un tragico incidente stradale verificatosi tra Salerno e Vietri sul Mare, in via Croce. Monica Ferraro, sua madre, ricorda con lucidità ogni singolo istante di quel maledetto giorno. Dopo tre anni, come se fosse un segno dal cielo, sono state riaperte le indagini. La Procura di Salerno ha infatti iscritto, nel registro degli indagati, i due adolescenti in sella allo scooter che – secondo la denuncia della famiglia – avrebbe sormontato il corpo di Vittorio e del giovane che era sullo stesso scooter della vittima.

“Vittorio è stato ucciso due volte” – afferma Monica, come se il tempo si fosse fermato a quella tragica notte. “La prima il 15 Settembre del 2019, la seconda il 6 Aprile del 2020 quando la Procura decise di archiviare il caso. Il mio obiettivo oggi non è vincere la causa. Ho perso il mio primogenito, mi è stato strappato un pezzo di cuore che nessun chirurgo potrà mai ricucirmi in petto. Sento ancora il rumore delle rotelle della barella su cui giaceva il corpo, privo di vita, di mio figlio che associo inevitabilmente a quelle della culletta in cui l’ho visto per la prima volta quando nacque. Insomma immagini di vita e di morte che fanno a cazzotti nella mia testa. In tutto questo caos di pensieri, ogni giorno mi sveglio con il desiderio di restituire dignità a Vittorio. Sono tante le domande e i dubbi rimasti, per troppo tempo, senza risposta. Pertanto ho combattuto affinché il caso venisse riaperto”.

Monica è giovane e bella: alta e con i capelli lunghi che le incorniciano il volto. E’ una mamma alla costante ricerca di quella normalità che non riesce a trovare, neanche nelle piccole azioni quotidiane. Mentre si racconta, i suoi occhi sembrano essere altrove.” Non ho mai creduto che mio figlio fosse morto per una fatalità. Da quel giorno per me è cambiato tutto. Mi prodigo per gli altri miei figli, per mio marito ma vivo come se fossi sdoppiata. Il giorno dopo il funerale, ho trovato la forza di alzarmi dal letto. Ho accompagnato i ragazzi a scuola di fronte all’incredulità della gente. Sono andata in salumeria, ho fatto la spesa ed ho sistemato casa. In quel periodo mi recavo al cimitero ogni giorno, pulivo la cappella e portavo fiori freschi al mio bambino. Eppure, in tre anni, non ho ancora dedicato a me stessa il tempo giusto per piangere mio figlio come vorrei. Perché la barca deve continuare a navigare ed io non posso permettermi di inserire il pilota automatico”.

Di fronte ad un dolore così grande, ogni domanda o affermazione sembra superflua e fuori luogo. E’ così innaturale perdere un figlio e forse, in questi casi, la fede diventa l’unico scoglio a cui aggrapparsi per non annegare. “Litigo spesso con il Signore ” – racconta Monica. “Gli chiedo il motivo di questo strazio e poi di concedermi la forza per affrontarlo. Forse questo è il mio modo di pregare, di chiedergli aiuto. Un aiuto che, oggi, concretamente, arriva anche da tutti coloro che hanno scelto di entrare a far parte del gruppo facebook dedicato a Vittorio. Donne che vivono la mia stessa condizione di sofferenza, ma anche tanti giovani che vogliono dare il loro contributo. Si è costituita, in poco tempo, una vera e propria rete solidale. Ecco perché credo nel principio che da soli non siamo nessuno ma insieme possiamo vincere tante battaglie. Inoltre anche il servizio delle Iene, andato in onda il 5 Novembre dello scorso anno, ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica e a scrollarci di dosso l’immagine dei genitori impazziti che cercano giustizia per colmare la sofferenza”.

Monica è una mamma “amputata” che si interroga senza darsi pace. Cerca la verità, tra ricordi, testimonianze ed oggetti che, come i pezzi di un grande puzzle dovranno, prima o poi, trovare la giusta collazione, per dare un senso a quel vuoto immenso divenuto parte integrante della sua quotidianità .

Forse alla fine di questa triste storia qualcuno troverà il coraggio per affrontare i sensi di colpa – cantava Vasco e noi tutti ce lo auguriamo.

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