Dignità sempre…fino alla fine

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di Walter Di Munzio*

E’ finalmente uscito il nostro Piano Pandemico Nazionale. Un documento che detta i comportamenti e le misure di protezione da attuare in caso di epidemia, come quella che stiamo vivendo ma che il nostro paese non aveva mai aggiornato. Forse nella certezza che era pensato per affrontare un’evenienza improbabile, di cui ci si poteva anche disinteressare. Non credo che questa ennesima inadempienza sia la causa del ritardo nell’organizzazione della risposta sanitaria né delle tante difficoltà palesate nel fronteggiare l’epidemia. Altri paesi più ligi e attenti di noi nell’adempiere tempestivamente alle indicazioni degli organismi sovranazionali, e quindi a rispondere alle richieste dall’OMS, hanno vissuto difficoltà simili se non superiori. Anche se abbiamo ancora una volta dimostrato di saper compensare, nelle difficoltà estreme, la carenza di rigore metodologico con la nostra proverbiale creatività e capacità di affrontare i momenti più difficili (… ma purtroppo solo quelli) per ripiombare poi nella nostra lentezza cronica, sia sul versante scientifico che, ancor più, delle procedure burocratiche per ricevere i fondi disponibili da utilizzare per garantire al meglio la nostra salute, il tutto però nella più assoluta mancanza di regole certe. Nel Piano pubblicato è contenuta anche una evidenza, forse banale, ma che ha scatenato infinite discussioni e grande scandalo. Si sono scomodate persino argomentazioni etiche, le stesse che hanno sempre caratterizzato da noi tutti i ragionamenti sulla questione del fine vita in questa parte del mondo.

Il nostro paese è stato sempre condizionato sulle questioni di bioetica dal fatto di ospitare il papato e, quindi, di esserne fortemente influenzato facendo proprie le teorie vaticane sulla difesa della vita a tutti i costi e sulle pratiche dei “buoni sentimenti”, abbiamo sempre rifiutato gli atteggiamenti, da sempre considerati frutto di algide convinzioni di paesi nord-europei. Influenzati dalla loro fede calvinista e quindi orientati ad un più rigoroso comportamento morale e portatori di una logica che poco indugia sulle nostre tematiche salvifiche e buoniste. La religiosità italiana nulla attiene, si badi bene, a condizionare virtuosamente gli abituali comportamenti sociali o a gestire con inflessibile onestà il governo della cosa pubblica. La nostra religiosità invece consente a tanti professionisti della sanità di astenersi dal fornire quelle azioni sanitarie, pur dovute e normate da leggi dello Stato (come avviene sistematicamente nel caso degli aborti terapeutici), negando apertamente prestazioni in quel momento indispensabili appellandosi al proprio diritto di “obiezione di coscienza”. Alcuni si dedicano con allegra leggerezza a fornire altre prestazioni per “salvare la vita ad ogni costo”, attivando modalità inaccettabili di accanimento terapeutico. Si impone ai cittadini la priorità della propria morale personale che orienta il loro operato al fine di salvare la vita del paziente sempre e ad ogni costo, anche se ciò va a discapito della dignità umana e condanna proprio chi dicevano di voler salvare ad una vita inaccettabile, di sofferenza e non voluta. Naturalmente questo approccio da Stato Etico non può tollerare il principio che per accedere alle Terapie Intensive, come giustamente indicato nel Piano e come vorrebbe il buon senso in medicina, si faccia un’attenta valutazione per individuare e trattare prima degli altri coloro che hanno maggiori possibilità di sopravvivenza, anche rispetto ad altri pazienti anche se di età avanzata. Queste semplici riflessioni non dovrebbero esclude però la scelta di investire più risorse per attivare altri percorsi efficaci o per investire sulla medicina palliativa e di contrasto al dolore, quello sì spesso crudele e da ridurre ad ogni costo per garantire, anche ai casi terminali, un percorso di fine vita accettabile; sempre rispettosi della dignità e della sofferenza di coloro che sono affetti da malattie croniche e progressive nella intensità delle menomazioni che producono. Sarebbe auspicabile non mettere i medici di fronte a tali scelte, ma impegnarsi piuttosto a programmare un aumento dei posti letto disponibili e la numerosità del personale dedicato. I veri responsabili non sono quindi quelli costretti a decidere a chi dare la priorità per l’utilizzo di un posto letto ma quei decisori politici e sanitari che non accedono ai finanziamenti necessari per attivare tutte le procedure necessarie. Si tratta di riconoscere e accettare l’idea che la morte esiste per tutti, che è un evento naturale e inevitabile e che la sopravvivenza ad ogni costo è esso stesso un atto contro la dignità della vita umana che può diventare inaccettabile ad alcune condizioni. Poi rispettare fino in fondo la volontà del paziente. Vivere qualche mese in più ma con enormi sofferenze può essere meno auspicabile che finire in relativa serenità, nel conforto dei propri cari, a casa propria e non in un anonimo letto ospedaliero, tra flebo e ferite post-operatorie. Si tratta di smettere di pensare ad un essere umano immortale e capace di sconfiggere tale doloroso evento, atteggiamento deleterio anche perché implementa l’angoscia di morte, paura alla base della scelta di praticare con modalità da accanimento terapeutico. E’ per questo che si sottopongono persone fragili e malate, soprattutto se oncologici, ad inutili e ripetute operazioni chirurgiche. Tali interventi producono non raramente dolorosi risvegli ed esiti invalidanti. Con tanto dolore aggiuntivo e disperazione, talvolta tolgono persino il diritto ad un dignitoso fine vita.

*psichiatra e pubblicista

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