Esami di Stato, la professoressa Maria Rosaria Onorato: «Esami di stato? Meglio in remoto. Più tutele soprattutto per noi insegnanti»

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di Erika Noschese

Sì all’esame in remoto: è quanto sostiene la docente Maria Rosaria Onorato, professoressa dell’istituto professionale Virtuoso di Salerno che sembra avanz a r e non poche perplessità dinanzi alle decisioni, ancora tutte in gioco, del ministero dell’Istruzione che, invece, chiede di svolgere l’esame di stato in presenza.

Le nuove modalità per l’esame di stato sembrano sollevare alcune perplessità…

«Hanno suscitato perplessità nei docenti: nella scuola in cui insegno abbiamo fatto delle riunioni ed è emerso che per poter mettere in sicurezza gli studenti e tutte le persone che lavorano a scuola abbiamo la necessità di far girare solo due commissioni per volte perché gli spazi all’interno della scuola non sono così grandi e questo vale per la maggior parte degli istituti scolastici. Gli unici spazi possibili sono le palestre ma nella nostra scuola non c’è anche se fortunatamente abbiamo l’aula magna e una sala che serve per i ricevimenti. Saremo costretti a fare esami la mattina e il pomeriggio ma questo non è un problema per noi anche se, in ogni caso, ogni volta che si entra nella scuola ci sono una serie di operazioni – e di persone – che vengono implicate. Se tutto va bene, ci sono almeno una trentina di persone, in ambienti non idonei per le norme anti contagio».

Quale sarebbe, secondo lei la soluzione più idonea?

«La stessa adottata all’università, ovvero da remoto. Noi abbiamo una piattaforma che funziona e non sarebbe stato così impossibile sostenere l’esame. Il ministro parla di un esame serio, insistendo sulla modalità in presenza come se la serietà possa essere dimostrata dalla presenza, non è così. Noi siamo docenti responsabili e abbiamo una tradizione, alle spalle, per quanto riguarda gli esami di stato che, tra le altre cose, dipendono dal percorso scolastico degli alunni. Noi avremmo fatte salve tutte le possibilità e le competenze degli alunni e un altro problema è il presidente che viene da un’altra scuola senza contare che ci sono professori che saranno obbligati ad andare lontani e subentrano una serie di problemi di carattere logistico. Vorremmo avere delle garanzie perché mettere 30 persone in un istituto non attrezzato può complicare una situazione igienica abbastanza complicata, con il rischio di un contagio».

E’ concreta, dunque, la paura di un contagio?

«Sì, ho avuto modo di parlare con un mio studente che mi ha detto “professoressa, non vado a morire per fare l’esame di stato”. Ci sono alunni che sono contenti dell’esame in presenza e altri che avrebbero preferito la modalità di remoto. Molti alunni, inoltre, stanno cercando di capire la modalità di valutazione del loro esame ma noi non abbiamo alcuna indicazione circa la modalità di svolgimento dell’esame».

Pensa che gli studenti siano abbastanza preparati nonostante i problemi dovuti all’emergenza?

«Noi siamo un alberghiero e, dal punto di vista lavorativo, gli studenti sono nell’occhio del ciclone perché terminata la scuola si imbatteranno in una situazione di crisi assoluta. Io avevo delle difficoltà con le quinte che sono classi terminali e generalmente depongono le armi e nel mese di febbraio stavamo attraversando un po’ di maretta e con la didattica a distanza si sono ricompattati. Non è vero che la didattica a distanza è controproducente come avviene in molte scuola che si utilizzano diverse piattaforma e questo non va bene perché diventa problematico. Il ministero dovrebbe indicare in maniera soft su quale piattaforma lavorare per “costringere” le scuole ad adeguarsi».

Pare che il ministero dell’Istruzione non sia stato sufficientemente chiaro…

«Ci sono forze politiche che spingono a trattare i diversi argomenti e ci sono sindacati che hanno abbandonato le riunioni perché non si prendeva mai una decisione, anche a proposito dei precari su cui sono state fatte scelte contestabili perché la forza politica preme affinché si torni alla presenza. Noi abbiamo un contributo per gli esami di stato che esula dalla nostra tabella stipendiale e noi non vogliamo questo contributo, vogliamo essere tutelati, fare esami sapendo che nessuno ha contratto la malattia, sapere come andare a fare gli esami senza infettarci e ci sono famiglie che vanno tranquillizzate e tutelate ma questo il ministro sembra non capirlo».

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