La partitella di Natale sul prato celeste con Maradona e Rossi

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di Davide Maddaluno

La partitella di Natale sul prato celeste del Paradiso prende piede. Una delle due squadre la compone Diego Maradona. Il Pibe de Oro ha chiamato a sé prima Bouba Diop dal Senegal poi Paolo Rossi dall’Italia. Il calcio, quello vero che ha fatto innamorare milioni di persone ed intere generazioni, a distanza di due settimane perde un altro eroe. Che per l’Italia ha una connotazione ancora più importante, quella che lega al trionfo in Spagna dell’82. Pablito se ne è andato così. Un dolore alla schiena, gli accertamenti diagnostici. In questi casi si pensa a una protrusione discale, un’ernia, nulla di irrimediabile. Poi il verdetto terribile dopo una vacanza alle Maldive: tumore ai polmoni. Un altro pezzo di storia sgretolato dal 2020, una storia che merita di essere rivissuta. Quella di Paolo Rossi ha inizio in tre realtà giovanili della sua Toscana, Santa Lucia, Ambrosiana e la più nota Cattolica Virtus. Basta poco alla Juve e ad Osvaldo Bagnoli, suo primo mentore, per accorgersi di un talento puro e genuino. Nonostante i problemi ripetuti al ginocchio, tre menischi asportati, G.B. Fabbri lo lancia in via definitiva come numero 9 e Paolo Rossi inizia a segnare caterve di reti, aggiudicandosi anche la classifica marcatori nel 1978. In estate la notizia clamorosa: Rossi è in comproprietà tra Vicenza e Juve e Giussy Farina, il presidente del club veneto, se lo aggiudica alle buste per oltre due miliardi di lire. Intanto Enzo Bearzot lo lancia in Nazionale e Paolo diventa Pablito nella rassegna intercontinentale in Argentina. Sembra tutto bello e perfetto, ma come un fulmine a ciel sereno incombe nella tranquilla vita dell’attaccante (trasferitosi al Perugia) l’ombra dello scandalo scommesse. Lo squalificano per due anni in sede di giustizia sportiva, mentre viene assolto dalla giustizia ordinaria. I giudici del pallone gli fanno pagare un colloquio di pochi attimi con uno dei promotori del Totonero. Più avanti uno dei soggetti coinvolti ammetterà che Rossi non era d’accordo su niente né aveva preso soldi, e che non era andato oltre qualche parola di circostanza. Al massimo, omessa denuncia. La vita è sempre foriera di una seconda possibilità e credendo nella buona fede dell’uomo prima che dell’atleta Boniperti lo riporta alla Juve e Bearzot lo veste di nuovo d’azzurro. Nella prima fase Rossi è sotto peso, non ha tono muscolare, deambula in campo. La critica lo massacra, ma Bearzot tiene duro e viene premiato. Pablito esplode nella seconda partita della seconda fase in Italia-Brasile 3-2. Segna una tripletta epica, che diventerà il titolo di un suo libro: “Ho fatto piangere il Brasile”. Poi altri due gol contro la Polonia in semifinale e una rete all’allora Germania Ovest nella finale di Madrid. Italia campione del mondo. Rappresentava una generazione di calciatori che potevano essere toccati. Proprio così: toccati. Ora invece i giocatori sono percepiti dai tifosi come distanti, inaccessibili se non attraverso le finzioni social. L’apice è raggiunto e dopo gli ultimi anni a far da chiocchia ad una successiva generazione di campioni si dedica all’imprenditoria, aprendo un agriturismo nell’aretino, e alla tv da commentatore tecnico e non solo. Poi l’inizio di una lenta agonia fino al triplice fischio. Ma Pablito è vivo, nel mito di una vittoria che per l’Italia, reduce dagli anni di Piombo e dal delitto Moro, rappresentò un riscatto sociale ed una botta di ottimismo. Proprio come servirebbe ora.

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