Senza idee e senza progetti

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di Walter Di Munzio

Una maggioranza divisa e litigiosa e una opposizione inconcludente e irresponsabile. Se da un lato si litiga su tutto a cominciare dal MES per finire alle politiche socio-sanitarie, dall’altro la minoranza non collabora su nulla, nonostante le recenti aperture di Berlusconi rivelatesi strumentali perché finalizzate ad occupare spazi politici e uno smarrito ruolo all’interno del suo schieramento. In sintesi una falsa maggioranza e una falsa opposizione. Continuano quindi polemiche e scontri politici. E intanto il tempo passa. Sembra proprio che si stia raschiando il fondo del barile in piena pandemia; di questo passo si va dritti alla terza ondata che sarà ancor più devastante di questa seconda. Governo e opposizione stanno mostrando tutta l’italica incapacità di collaborare per un obiettivo comune, che costituirebbe il vero interesse nazionale: progettare riforme e avviare reali cambiamenti. Politica e Paese appaiono paralizzati, ingabbiati in sterili questioni di principio, molto ideologiche e riferite ad altri tempi. I partiti di Governo, dimenticando di governare un paese nel mezzo di una crisi senza precedenti, polemizzano tra loro sulla opportunità di attivare o no i prestiti del MES, per migliorare i sistemi sanitari nazionali. Assurdo. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che fare riforme strutturali, come richiede la nostra sanità, significa investire ingenti risorse economiche e riportare la programmazione a livello centrale, sottraendola alla voracità delle regioni. Oggi si richiede di avere il coraggio di certificare il fallimento di un decentramento forzato che ha prodotto diseguaglianze, disservizi e fughe in avanti. Ha favorito la dispersione di risorse verso il privato e l’accentuarsi delle differenze nelle modalità di gestione della salute contravvenendo ad un elementare diritto costituzionale, quello di fornire prestazioni efficaci (LEA) ad ogni cittadino, ovunque viva, senza sostanziali differenze e garantire così la stessa aspettativa di vita. Nessuno si salva da solo, tantomeno le Regioni, come questa pandemia ci ha chiaramente mostrato.

Sono miseramente fallite sia le politiche leghiste praticate in Lombardia, quelle delle eccellenze ospedaliere e dell’abbandono dei territori. Hanno infatti dirottato grandi quote di risorse pubbliche verso le prestazioni più remunerative, spesso affidate a privati, impoverendo e lasciando indietro al pubblico la prevenzione, la sanità territoriale. Queste infatti appaiono poco appetibili e sono considerate costose e non remunerative perché richiedono investimenti e non producono ricavi immediati; avremmo dovuto mettere al centro invece l’obiettivo di investire sulla deospedalizzazione, e questo proprio per aiutare gli ospedali a funzionare meglio e reggere impatti come quello odierno, che si presenteranno in futuro sempre più spesso e sempre più violentemente.

Difendere i più deboli per difendere tutti. Sia questo il mantra capace di ispirare le politiche socio-sanitarie. Non si dovrebbero mai più abbandonare intere regioni, soprattutto quelle più povere, per investire nelle più ricche o nelle potenti lobby della sanità imprenditoriale e speculativa.

Queste scelte ci hanno portato al punto in cui siamo, evidenziando il fallimento delle politiche di austerity in Europa, quelle dei tagli indiscriminati in Italia e nei paesi europei più deboli. Ora comincia una fase nuova nella quale rischiamo di ripetere tutti gli errori già fatti. Ce lo fa pensare la ottusa reiterazione di stereotipi ideologici, tipici del secolo scorso, in economia come nella programmazione delle politiche socio-sanitarie. Il M5S, al governo con il PD e con la sinistra, continua a difendere scelte puramente ideologiche contro logica e buonsenso, senza accorgersi dei cambiamenti di contesto. Rinuncia ad accedere a risorse economiche a basso tasso di interesse per dover richiedere domani, e per gli stessi motivi, risorse ad alti tassi di mercato a causa della insignificante credibilità di cui godiamo sui mercati finanziari internazionali.

La maggioranza continua a litigare pensando a guadagnare un pugno di voti o per non scomparire e l’opposizione non si mostra capace di fare meglio. Dopo la fiammata di buonsenso berlusconiano dell’apertura di credito per l’Europa si è richiuso il mare della ragione e si ricomincia con urla e strepiti contro tutto ciò che propone la maggioranza, richiudendo la melma indifferenziata di una politica senza dignità, che ci sta portando nel baratro. E questo nel momento della massima responsabilità, in cui tutti dovremmo solo pensare a proporre idee e programmi, riforme coraggiose fatte anche di ragionevoli passi indietro. Si pensi per esempio al nostro regionalismo affrettato e senza senso che ha spacchettato la sanità in tanti sistemi diversi e tra loro contraddittori. Letali per noi e per il sistema paese.

La domanda vera è: saremo capaci di spendere bene le risorse disponibili? O continueremo a perseguire fantasiosi progetti costosi e destinati a favorire i soliti amici. A imporre inutili lockdown, finalizzati ad arginare un contagio che non capiamo e che certifica, di fatto, solo la mancanza di visione, di proposte e di idee valide e il fallimento delle politiche attuali. Abbiamo fatto così con la lotta all’evasione fiscale perpetrando la logica di colpire tutti con una tassazione esosamente ingiusta solo perché incapaci di individuare i veri evasori e colpirli individualmente. Oggi si rinchiudono le persone nelle loro case, incrementando rabbia e violenza nei singoli spaventati ed esasperati. Ci ritroviamo disarmati di fronte ad una pandemia ancora senza risposte, in attesa di un vaccino salvifico che non potrà salvarci senza quelle riforme radicali del sistema che continuiamo a rinviare.

Quando arriveremo a proporle si areneranno nuovamente sotto i colpi dei soliti veti incrociati e dei tanti conflitti di interessi e di competenze, quelli che da sempre bloccano il nostro paese in una paralisi che fa sì che nulla cambi.

Tutto si ripresenta sempre uguale a sé stesso. Il cambiamento comincia da una decisa lotta alle diseguaglianze e da politiche di riequilibro tra diverse zone del paese, ancora lontane a venire. E prevale uno sconfortato realismo di chi è condannato a subire la inconcludenza dei decisori, siano essi governanti, tecnici e persino uomini della comunicazione.

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