Il ciliegio di don Ciccillo

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di Vincenzo BENVENUTO
Don Ciccillo, a novant’anni suonati, li aspetta. Fosse stato per lui, si sarebbe fatto portare fuori al balcone fin dalle 6. Quell’intordonuto di Muhammad, però, se non si fanno le 7,30, col cavolo che si butta giù dal letto!
Poco male tanto, all’andata, prima delle 8,30, i ciclisti non passano. Muhammad lo aiuta ad alzarsi, a lavarsi e a vestirsi; infine, gli prepara la sdraio sul balcone. Oddio, nei giorni ventosi come questo, dovrebbe impedirgli di piazzarsi lì ma… «i soldi te li do io, e tu fai quello che ti dico!»
Autoritario? Macché: don Ciccillo gli vuole, ricambiato, un bene dell’anima a Muhammad. Solo che il vecchio appartiene a una generazione di stenti poco incline ai sentimentalismi.
In ogni caso, come tutte le domeniche è lì, appollaiato sul trespolo della solita visuale: un angolo di tornante che sfocia in un tratto pianeggiante e il suo albero succoso di ciliegie.
Al primo passaggio, ancora freschi di gamba, i ciclisti ignorano la tentazione. Al ritorno, lo sforzo impone il compenso. Ogni ciclista, allora, si sporge appena appena dal muretto a secco, allunga la mano e la ritrae con l’ambita preda.
È un patto tacito: don Ciccillo lascia un albero intero di ciliegie a loro disposizione, i ciclisti ne prendono quel tanto che basta a ritemprare le forze.
Più volte i figli c’hanno provato a raccoglierne i frutti, ma don Ciccillo gliel’ha sempre impedito: «finché campo, le “cerase” su quell’albero non si toccano.”»
Che vuoi che ne sappiano, infatti, quei mammalucchi dei figli, della gioia che prova quando vede i ciclisti ristorarsi con le sue ciliegie? Solo lui, dall’alto delle mille salite domate, può saperlo.
Stamattina, però, appena sveglio, ha voluto che Muhammad gli aprisse l’armadio. Il giovane badante non si è meravigliato più di tanto della richiesta. Più di una volta, il vecchio don Ciccillo, gli aveva chiesto di portargli il vecchio fucile fuori al balcone.
Nemmeno da giovane aveva mai cacciato alcunché. Lo teneva in casa nell’eventualità che servisse a «sparare nelle cosce a qualche mariuolo».
L’unica novità, ma questo Muhammad non lo poteva sapere, è che stavolta l’aveva caricato.
12,30. Uno, due, cinque ciclisti. Le mani che si protendono verso le ciliegie, la soddisfazione che si dipinge sul volto di don Ciccillo.
All’improvviso, come nel suo delirio, un ciclista sconosciuto, con una pedalata rapace, si ferma. Scende dalla bici. Protende la mano. Coglie due ciliegie, poi otto. Infine, non appagato, salta giù dal muro, impugna il cesto della profezia, e si affretta a riempirlo.
È lui.
Don Ciccillo lo aspetta da almeno un decennio. Intravvede, nelle movenze scaltre, i fanghi tossici che la sua fabbrica scaricherà nel mare, le centinaia di operai che immolerà sull’altare della sua ingordigia.
Finisce di bersi l’ultimo sorso di caffè. Si alza dalla sedia con il vigore della missione da portare a termine. Impugna il fucile. Mira. Spara.
Un solo colpo.
Da quel momento, don Ciccillo, sa che può finalmente abbandonarsi alla morte.
 
 

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