Lucio Mujesan: «Date fiducia a Lotito e Mezzaroma»

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di Matteo Maiorano

Gli anni ’70 furono scanditi da alterne vicende economiche e risultati che tardarono ad arrivare. I frutti furono raccolti soltanto nei decenni successivi, quando la Salernitana di Aliberti raggiunse la serie A dopo una cavalcata trionfale partita dalla vecchia C. Prima di questi successi, in maglia granata si alternarono gruppi di calciatori che fecero impazzire di gioia il pubblico di fede salernitana, sfiorando a più riprese l’approdo in cadetteria.

Lucio Mujesan, attaccante che fece le fortune di Bari, Bologna e ancor prima Avellino, decise di chiudere a Salerno la propria carriera da calciatore, provando a regalare la serie B ad un pubblico che era ancora legato alle gesta della rosa di Gipo Viani e Margiotta. Mujesan approdò a Salerno dopo la chiamata dell’allenatore, che lo selezionò dal suo archivio personale composto da centinaia di nomi.

Che ambiente trovò al Vestuti?

«Giocavamo in un contesto molto particolare, allora lo stadio era un catino infernale. Purtroppo la società non navigava nell’oro, erano anni bui per l’economia ma nonostante questo il gruppo fece fronte comune contro le avversità, cercando di uscire dal momento negativo perché la maglia era l’unica cosa che contava davvero. Arrivai in granata nel ’76 sotto l’ala di Carlo Regalia, che al tempo sedeva sulla panchina granata. Il mister era un autentico talent scout e aveva conservato un archivio con centinaia di profili di calciatori da visionare. Con me approdarono da Arezzo anche Giuseppe Papadopulo e Vincenzo Zazzaro». 

Una curva che a lei è rimasta impressa nella mente…

«Il pubblico è incredibilmente caloroso verso i propri calciatori, trasmette un attaccamento ai colori che raramente ho constatato in altre piazze. Ricorda molto Bari, dove ho trascorso anni importanti della mia carriera».

Chi erano i senatori del biennio ’76-’78?

«I pilastri eravamo io, Giuseppe Papadopulo, Alessandro Abbondanza e Federico Marchi. Trasmettevamo ai più giovani l’importanza della maglia. Non era per nulla semplice gestire lo spogliatoio: purtroppo la società aveva problemi economici di non poco conto e i giovani lamentavano spesso il fatto che non vi fossero garanzie. Toccava a noi sedare gli animi e far capire che scioperare non era la soluzione ai problemi. Noi senatori saremmo, con il tempo, diventati i loro esempi da seguire: per fortuna siamo riusciti a essere bravi insegnanti da questo punto di vista. L’anno successivo ho messo in pratica quanto appreso sul campo, guidando i calciatori dalla panchina. Posso tranquillamente affermare che a Salerno l’allenatore fa la formazione e il resto lo fa lo stadio».

La Salernitana di oggi vive una situazione radicalmente diversa. Lotito e Mezzaroma hanno fatto, dal suo punto di vista, il possibile per riportare la Salernitana in A?

«Forse vado un po’ controcorrente rispetto al momento storico: ritengo che Lotito e Mezzaroma abbiano fatto un buon lavoro, scandito da investimenti mirati e precisi. Spero che la Salernitana riesca ad essere protagonista in questo girone di ritorno; dispiace che le cose non siano iniziate nel migliore dei modi. Nonostante le critiche raccolte anche a Roma, Lotito ha fatto un buon lavoro, non va dimenticato che la Lazio è stata presa sull’orlo del fallimento e portata a competere spesso con le big europee».

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