Routine di una matita

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di VINCENZO BENVENUTO

Checché se ne dica, io sono la matita.

Sono europeista fin dalla nascita. Gli inglesi, infatti, scoprirono il mio cuore di grafite.

Due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti, ebbero l’intuizione di inserirlo in un cilindro di legno. Infine un inventore francese, nel Settecento, iniziò la mia produzione in serie. Sono tollerante per natura. Rifuggo dalle certezze granitiche dell’inchiostro inchiavardato nel rigo, posto lì a imperitura memoria. Tra i punti esclamativi e quelli interrogativi di decrescenziana memoria, scelgo senza battere ciglio questi ultimi.

Mi sbaglio, mi correggo, per poi sbagliarmi di nuovo. E anche nella correzione, ebbene sì, ci vado di fioretto. Pavidità? Macché: semplicemente esperienza che mi invita a essere cauta. A che scopo, infatti, scrivere in maniera indelebile qualcosa quando, il più delle volte, quello che è giusto oggi diventa sbagliato domani, e viceversa?

Io lascio sempre la possibilità di ritornare sui propri passi. E non appena la soluzione appare definitiva, sarà sempre il flusso di vita che scorre sul foglio a decidere per quanto tempo salvare il mio scritto. La verità, infatti, è che sono fortemente convinta che niente debba essere conservato per l’eternità. D’altronde, io stessa sono l’emblema della precarietà. La mia punta di grafite scrive, si spezza (oh, ho un cuore languido e delicato, io!) e quindi si consuma e si trancia.

Occorre temperare. Scrivere.

Per poi ritemperare di nuovo. E via, via, fino a lasciare di me un semplice e derelitto mozzicone. Sia chiaro, tutto si consuma. Anche la linfa della tronfia Montblanc che mi sta
di fronte. Vuoi mettere, però, il sollievo di non dover misurare il passare del tempo con
l’accorciarsi graduale della mia lunghezza? D’altronde, è lo stesso motivo per cui le saponette hanno lasciato il passo ai dispensatori di sapone liquido: la prima si consuma e il secondo finisce, ma la morte della prima si sconta giorno per giorno; di quella del sapone liquido, invece, ci se n’accorge solo all’ultimo bliz.

Un tempo si diceva che la filosofia serve a preparare l’uomo alla morte. Voi umani, che avete espunto la fine dalla vostra vita, avete smesso di essere filosofi. Questo lo scrivo mentre chi m’impugna ha il foglio appoggiato al vetro della finestra. Perché, tra l’altro la mia grafite, a differenza dell’inchiostro, è capace di scrivere in tutte le posizioni.

Il sacrificio e la duttilità mi appartengono. A riprova di ciò, non soffro il freddo che paralizza l’inchiostro né le cadute «con la punta» che rendono la biro praticamente inservibile. Ho un solo bisogno/desiderio, e lo calco (perché solo io posso evidenziare una parola, un periodo senza bisogno di sottolineature): che mi si temperi, di tanto in tanto, e che voi uomini vogliate riprendere a essere filosofi facendo pace, una volta per tutte, con lo scorrere del tempo.

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