Una vita tra le forme e l’argilla. D’amore, il professore della ceramica

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di Vito Pinto

Al pacato e cadenzato andare del tornio, Luigi D’Amore ha improntato la sua quotidianità di bottega per una intera vita lavorativa. Per anni l’argilla ha preso forma tra le sue mani in un divenire senza soste. E rimbalzano alla memoria le pagine de “Il Vasaio” di Emilio Cecchi che “con parole scelte e rare”, come ebbe a commentare Giuseppe Prezzolini, seppe dare, con quell’uomo non nominato, ma “entrato nella letteratura italiana”, l’esatto spirito del popolo di Vietri sul Mare che ha costruito la sua civiltà modellando l’argilla e rivestendola dei colori mediterranei. Scriveva Cecchi: «Senza fretta e senza tregua faceva andare il pedale; e bagnando la sinistra nel secchio dell’acqua aspergeva il pane d’argilla sulla ruota… Non vedevo la mano, ch’era tuffata dentro la creta. E la creta, scagliata dalla ruota, saliva intorno al braccio del vasaio, in forma d’un enorme calice di fiore».

Un rito quotidiano cui Luigi D’Amore ha uniformato le sue giornate alternando ad esso la ricerca di quello smalto bianco, evanescente come i sogni all’alba, caldo come la giovane pelle di una donna innamorata. Già in tempi più lontani, di D’Amore scrivevo: «Il verde ramina, i blu cobalto, l’arancio, il giallo, il manganese per lui si fanno segno indelebile, nitido e personale del modo di essere ceramista vietrese».

Ma guardare la sua storia di vita, ci si chiede: D’amore è mai stato ceramista vietrese? O piuttosto è stato un crogiolo di esperienze sedimentate in giro per i centri ceramici italiani e fattesi sintesi in quella bottega ariosa di Molina con la porta spalancata sulla solarità mediterranea? Quando gli si chiede a che età ha cominciato a frequentare la ceramica, risponde: «Andavo ancora scalzo. Abitavo a Benincasa (piccola frazione montana di Vietri sul mare) dove abitava anche Gaetano Carrera, torniante. Così mia madre gli chiese se aveva bisogno di un ragazzo di bottega. Alla risposta positiva andai a lavorare con lui alla fabbrica dal Cav. Negri». La fabbrica Negri era a Marina di Vietri ed era la stessa che aveva impiantato Max Melamerson, abbandonata giocoforza quando fu deportato nel campo di concentramento di Frosinone, perché ebreo. Il Cav. Negri la rilevò dopo la guerra e chiamò a lavorarvi anche Guido Gambone. Ricordava Andrea D’Arienzo, “socio” di Gambone: «Dal Cav. Negri Guido lavorava sino alla cinque, poi saliva a Vietri e veniva alla “Faenzerella” che avevamo messo su nella curva della “Crestarella”». «Dopo una settimana di apprendistato – continua il suo racconto D’Amore – il ragioniere della Ditta mi licenziò. Carrera, però, si oppose dicendo che sarebbe andato via anche lui. Così rimasi nella bottega e fu l’inizio del mio lavoro nella ceramica, imparando il lavoro del torniante giorno dopo giorno». Ma il Cav. Negri, dopo qualche tempo, chiuse la fabbrica e Carrera, seguito da D’Amore e dal nipote Carmine (Ninuccio), andò a lavorare a Salerno, in Via Gelso, dove era stata impiantata la “Nika” da alcuni imprenditori salernitani. Il lavoro andò avanti per qualche anno, poi decisero di andare a lavorare alla scuola che il prof. Renato Rossi aveva organizzata, sempre a Salerno, nei pressi di Piazza Malta, una scuola per artigiani della ceramica che D’Amore si vide affidata, per la sezione tornio, quando “Tanino” Carrera morì.

L’emozione che spezza la voce di Luigi D’Amore al raccontare quei momenti, fa capire quale vincolo di affetto, di amicizia esistesse tra i due. Emozione che prende ancor più D’Amore quando ricorda della malattia del professore, Renato Rossi, che andò a Parigi ad operarsi, ma non ce la fece. In un sussurro Luigi dice: «E’ stato per me come un padre». Il prof. Rossi scelse la capitale francese perché lì era la sua seconda figlia sposata con il vicedirettore di un prestigioso quotidiano dell’epoca. Ad accompagnare il professore andò la figlia Erica e Pietro Cartolano, giovane farmacista vietrese, unico, tra medici e infermieri interpellati, ad avere il passaporto per l’espatrio. Ricorda Cartolano che il prof. Rossi aveva bisogno di assistenza sanitaria durante il viaggio, stante le sue condizioni di salute. «Prima di partire per Parigi – ricorda D’Amore – gli regalai un libro, “Le civiltà segrete” sapendo di fargli cosa gradita. In quei giorni ero già all’Orfanatrofio Umberto I°, dove insegnavo tornio ai ragazzi della scuola di ceramica che Il Cav. Alfonso Menna aveva costituito, come aveva fatto per altri settori di formazione, per dare un mestiere ai ragazzi che vi erano ospiti». Venivano chiamati “I serragliuoli”, ma la lungimiranza di Menna per quei ragazzi è stata foriera di lavoro onesto e anche di prestigio per tanti di loro. Con orgoglio Orazio Boccia, imprenditore stampatore di dimensione europea, sottolinea che il mestiere di tipografo lo ha imparato lassù, in quella scuola voluta dal Cav. Menna.

Così D’Amore alternava la sua presenza di insegnamento tra l’Umberto I° e la scuola di Renato Rossi. Poi il servizio militare e al ritorno il suo posto all’Istituto era stato occupato: «All’epoca, ricorda, non vi era la conservazione del posto». «Un giorno mi arrivò da Napoli una lettera di Giuseppe Antonello Leone con la quale, l’artista partenopeo, mi diceva che c’era la possibilità di andare a lavorare all’Istituto Statale di Reggio Calabria dove il fratello insegnava modellazione ed avevano bisogno di uno che capisse di smalti. Ed io all’epoca già facevo degli smalti particolari, che esaltavano i colori. Smalti che quando venni a Vietri impararono a farli anche alcuni che erano con me a imparare come si fa ceramica e che hanno poi utilizzato quegli smalti nelle loro botteghe. Cosa, questa, che a lungo andare mi ha fatto decidere, insieme ad altre vicende, di chiudere bottega definitivamente». A Vietri Luigi D’Amore è stato sempre visto come il professore, perché in quel suo peregrinare italiano era stato anche ad insegnare all’Istituto d’Arte di Venezia, sempre quell’affascinante lavoro di modellazione a tornio. Ricordando il lungo percorso lavorativo, Luigi D’Amore ricorda che nella sua bottega non è mai entrata la fretta della lavorazione, tutto era realizzato con la calma e il tempo che la manualità richiede.

Alla domanda di cosa sia rimasto a Vietri del periodo mittleuropeo, risponde: «Ho rivisto il segno della ceramica vietrese nel post periodo degli stranieri, anche perché per lungo tempo a Vietri non hanno avuto la volontà di modificare certi schemi. I piatti che Matteo Rago realizzava da me, non venivano mai eseguiti con lo spolvero, tutto era a mano, singolarmente, per cui ogni pezzo era unico. Né io ho mai dato fretta a Matteo, anche se questo comportava maggior impiego di tempo». Poi ricorda che alla ceramica Pinto c’era un bel movimento di artisti stranieri dopo il ventennio della colonia mittleuropea, portati da Elizabeth Leming (Betty), la moglie di don Raffaele Pinto, sì che quella fabbrica fu un laboratorio vivo e interessante. A margine si ricorda che, oltre alla Signora Elizabeth, padrona di casa, che realizzava pregevoli opere, sono passati da quei locali, da sempre laboratorio di ceramica posto nel cuore della cittadina costiera, oltre all’indimenticabile polacca Irene Kowaliska, l’ungherese Amerigo Tot, Giuseppe Capogrossi del gruppo di artisti della cosiddetta “Scuola romana”, il napoletano Giuseppe Macedonio sino a Giovannino Carrano.

A chiedergli cosa è oggi la ceramica di Vietri, con un senso di rammarico D’Amore dice che è ferma, vi sono poche novità, soltanto in qualche bottega si vede qualcosa di buono. Poi, da buon torniante che, con distacco, mette da parte il suo modellato appena concluso, si sgancia dalle osservazioni sul presente. Resta muto e, con lo sguardo che hanno avuto gli altri Padri nobili della ceramica, guarda oltre il circostante presente. Ancora una volta ritornano alla mente le parole di Emilio Cecchi messe a conclusione del suo “Vasaio”: «Come il vero artista, avrà sentito che ogni suo piacere era nelle sue mani, nell’esercizio del loro potere amoroso: e avvenga dell’opera, quando è compiuta, quello che Dio consente».

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