L’agricoltura singerica: lasciamo fare alla Terra

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di Daniela Pastore

Oggi siamo tutti stressati? Anche la terra lo è! Sempre più sottoposta a tanti processi produttivi per ricavare più del dovuto. Si pretende da lei sempre tanta frutta bella fuori, ma dentro? Estetica, abbondanza e genuinità. Come si coniugano queste caratteristiche? E’ possibile attuare in agricoltura metodi di coltivazione che rispettino l’ambiente e siano in totale armonia con la natura senza il ricorso a fertilizzanti chimici, combustibili fossili e tecnologie. Forse sì. C’è chi propone di curarla e disintossicarla ricorrendo all’agricoltura sinergica, un metodo di coltivazione concepito e creato da Emilia Hazelip, agronoma spagnola che armonizzò i principi dell’agricoltura del non fare del microbiologo giapponese Fukuoka insieme ai concetti della permacultura e delle sue sperimentazioni personali in Francia e negli USA, adattando il tutto al clima mediterraneo.

Secondo la Hazelip, la terra, come un vero e proprio essere vivente, deve la sua vitalità e fertilità a ciò che accade sotto la superficie del suolo, laddove l’insieme di microrganismi, batteri, funghi, lombrichi, residui organici e gli essudati rilasciati dalle radici, creano un ambiente in grado di autoregolarsi e accrescere la propria vitalità. Così come il terreno accresce le piante, a loro volta le piante stesse aiutano la fertilità del terreno attraverso le sostanze biochimiche rilasciate nelle interazioni tra pianta e piante, tra pianta e animali e, più in generale, tra pianta e ambiente. I principi alla base di questo metodo a minore impatto ambientale si fondano sui quattro pilastri dell’agricoltura del “non fare” di Fukuoka.

1) Nessuna lavorazione del terreno: il suolo non si ara né si disturba se non al principio, durante la creazione dei bancali (aiuole). Ciò preserva la stratificazione del terreno (struttura tessutale) in modo da rispettare le attività di tutte le forme di vita presenti e garantirne la continuità. Il terreno è visto come un vero e proprio laboratorio biochimico, all’interno del quale avviene anche l’immagazzinamento di CO2, il non lavorare il terreno previene quindi che venga dispersa nell’atmosfera come in seguito ad ogni aratura, contribuendo all’effetto serra.

2) Non compattare il suolo: per garantire la fertilità del terreno è indispensabile la presenza di cunicoli per un riflusso areo. Lasciare le radici delle piante a fine ciclo e non disturbare il lavoro degli microrganismi e dei piccoli animali permette di creare gallerie porose che rendono più soffice il terreno e previene l’asfissia della vita presente nel sottosuolo e lo sviluppo di un ambiente anaerobico in superficie.

3) Nessuna concimazione chimica: la fertilità è data dalla copertura di origine organica del terreno, come avviene in natura in un sottobosco, dove le foglie distaccate ricoprono uno strato di materiale che si decompone fino allo stato chiamato humus. Utilizzare il metodo della pacciamatura permette diricreare questo processo nei nostri orti: si recuperano materiali come paglia, foglie, corteccia, rametti eccetera, ponendone uno strato al di sopra del suolo. Ciò assicura anche un livello umidità e di temperatura stabili al terreno e alle piante; trattiene l’acqua e le sostanze nel terreno proteggendo dalle forti piogge e dall’essiccazione; inoltre regola e controlla la prolifera- zione delle erbe spontanee invasive.

4) Biodiversità: coltivare almeno tre famiglie botaniche, soprattutto mantenendo la presenza costante di liliacee (ottimi repellenti contro insetti nocivi e muffe e malattie fungine) e leguminose (azoto-fissatrici). Ovviamente la scelta delle piante si basa su principi di consociazione e disposizione nello spazio. Incrementare il più possibile la biodiversità contribuisce allo sviluppo di un ecosistema che si autoregola attraverso numerose e varie sinergie tra gli esseri viventi; non a caso proprio da questo principio prende il nome l’intera metodologia agricola in questione: l’agricoltura sinergica. In Italia troviamo diversi corsi e formatori che insegnano come dare vita ad un orto sinergico che si basa sulla creazione di bancali, aiuole rialzate, la cui forma viene scelta dopo aver osservato lo spazio a disposizione e raccolto i dati su esposizione, clima, venti, orientamento, etc. Il primo passo perla loro preparazione consiste nello smuovere il terreno (una prima ed unica volta) creando dei cumuli altri dai 20 ai 50 centimetri di altezza e larghi mediamente 120 centimetri e lunghi dai 5 ai 7 metri. Tra bancale e bancale servono dei camminamenti larghi almeno 50 centimetri. Per l’irrigazione si utilizza quella a goccia considerata generalmente la migliore, per via del risparmio idrico e quindi di un minor impianto ambientale e con la pacciamatura si copre con materiale organico l’intera superficie del bancale. Vengono impiantati dei sostegni di legno o metallo o materiali di recupero per permettere alle piante rampicanti di svilupparsi in altezza e come ultimo step assistiamo alla messa a dimora delle piante. La posizione che la pianta occuperà sul bancale deriva da criteri propri dell’agricoltura sinergica, che guardano alle consociazioni e ai bisogni precipui della pianta in questione. La scelta delle piante da utilizzare non si limita ai soli ortaggi ma include anche piante aromatiche, fiori, erbe spontanee e officinali. La terra dà i suoi frutti. Lasciamola lavorare, naturalmente. Senza stress, né strass!

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