‘Una fede che non è un ragionamento è una ideologia’

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di Vito Pinto

Il 4 maggio 2019 Papa Francesco nomina il Rev. Andrea Bellandi, Vicario della Diocesi di Firenze, nuovo Arcivescovo di Salerno–Campagna–Acerno e Primate del Regno di Napoli, dopo le dimissioni, per motivi di salute, del- l’Arcivescovo Mons. Luigi Moretti. Riceve la consacrazione episcopale nella Cattedrale di Salerno il 6 luglio successivo dal Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo metropolita di Firenze. Mons. Andrea Bellandi nasce il 22 ottobre 1960 a Firenze e cresce nella parrocchia dei Santi Gervaso e Protasio e sulle orme di don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. La formazione religiosa la compie presso il seminario arcivescovile di Firenze e nel Pontificio seminario lombardo di Roma, quindi segue un corso teologico presso la Pontificia Università Gregoriana, ottenendo nel 1983 la laurea con una tesi sulle opere filosofiche dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger, tesi pubblicata nel 1996. Viene ordinato sacerdote il 4 aprile 1985 nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze dall’arcivescovo Silvano Piovanelli. E’ impegnato come docente di teologia fondamentale alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di cui diventa anche Preside, quindi è parroco della chiesa di San Giovannino dei Cavalieri a Firenze. Membro del Consiglio nazionale di Comunione e Liberazione, nel 2015 è vicepresidente della Scuola fiorentina per l’educazione e il dialogo internazionale e interculturale. E’ il primo arcivescovo di Salerno di prima nomina, una diocesi di non poca importanza sia per la sua storia civile che religiosa stante la presenza delle spoglie mortali di Matteo Apostolo ed Evangelista e di Ildebrando di Soana, Papa Gregorio VII, morto nella nostra città per “aver amato la giustizia e odiato l’iniquità”.

Chiediamo a Mons. Bellandi di tracciare un primo bilancio di quest’anno e mezzo trascorso in questa Diocesi.

«Dividerei questo tempo in due periodi. Il primo che va sino all’inizio della pandemia, il febbraio scorso, durante il quale ho posto attenzione alla conoscenza delle realtà salernitane, le parrocchie, le comunità, i sacerdoti, le persone che ricevevo in Episcopio. Un periodo ricco, molto intenso ed entusiasmante. Poi il secondo periodo, sino ad oggi, dove procedo con il freno un po’ tirato; per le note vicende che stiamo vivendo ho dovuto rallentare il mio cammino di conoscenze della Diocesi. Visite, celebrazioni eucaristiche, feste patronali sono momenti importanti di partecipazione che sono mancati. Speriamo di ritornare piano piano ad un certo equilibrio».

Difficoltà nella conoscenza del territorio…

«Il territorio geografico ormai lo conosco, per averlo girato integralmente ed ho visto le diversità esistenti tra le varie comunità dislocate delle varie zone diocesane. Sono comunità differenti, per cui mi auguro di riprendere presto il contatto».

Eccellenza, dall’insegnamento all’Università Teologica all’esperienza parrocchiale e al dialogo interculturale e interreligioso. Un’attività vasta in una terra, quella toscana, certamente diversa dalla nostra. Come mettere a frutto qui a Salerno quella sua esperienza?

«Sicuramente è un patrimonio che mi porto dietro e che penso di poter vivere anche qua, pur nella mia nuova veste di Vescovo. Devo dire che ho trovato qui una Chiesa molto viva, molto più piena di iniziative rispetto a quella da cui provengo. E’, quella salernitana, una Chiesa di grande tradizione, di grande spiritualità e con molte forze fresche, perché anche il clero, rispetto a quello fiorentino e toscano, è più giovane, oltre che più numeroso».

Lei ha una laurea in Teologia (rivelazione) con una tesi sul pensiero filosofico (ragione) di Joseph Ratzinger. Come concilia questi due aspetti della conoscenza umana e religiosa?

«Una fede che non è un ragionamento è una ideologia. La fede da subito e da sempre ha voluto dialogare con la ragione e quindi ci sono stati grandissimi filosofi che hanno proprio ragionato partendo dalla fede. Certamente non sono due cose uguali, perché la fede nasce dalla rivelazione e la filosofia è una riflessione che nasce dal pensiero. Però questi due mondi sempre sono stati chiamati a incontrarsi e nel passato si sono incontrati. Magari oggi si tratta di pensare alla fede in un contesto culturale diverso».

Uno dei suoi campi d’azione è stato il dialogo interculturale e interreligioso. Siamo al termine della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, eppure questa stenta a venire…

«Ancora non c’è una unità piena. I non addetti ai lavori forse non se ne accorgono, ma vi sono stati dei grandi passi in avanti. Prima erano scomuniche reciproche ora invece sappiamo che ciò che ci unisce è molto più di quello che ci divide e durante gli incontri del secolo scorso e di questo secolo l’atteggiamento è di stima e rispetto vicendevole, si cerca di trovare i punti di unione che sono maggiori di quelli di disunione. Certo c’è ancora da camminare, ma speriamo che questi incontri di preghiera favoriscano un futuro ricongiungimento delle confessioni».

Eccellenza, dico una bestemmia, ma nonostante tutto il grande e lungo lavoro sin qui fatto sembra che il Padreterno questa unione non la voglia.

Un sorriso compare sul volto sereno di Mons. Bellandi. «Diciamo che le tradizioni un po’ diverse possono sottolineare aspetti del mistero cristiano che in vario modo le diverse confessioni portano avanti. Penso però ai tanti punti di contatto, come il valore della parola di Dio cui gli altri sono molto legati e che nel mondo cattolico si è rafforzato e portato avanti».

E’ stato detto che con lei a Salerno è venuta la Chiesa di Papa Francesco… «Non è venuta la Chiesa di Papa Francesco, ma è venuta la Chiesa che vede come guida Papa Francesco il quale sottolinea molto l’aspet- to del dialogo, dell’uscita, dell’incontro con tutti, del cercare di costruire dei legami di fraternità; la Chiesa maggiormente consapevole che la sua missione è di dialogare di più con il mondo, di portare il Vangelo a tutti.»

Questo periodo di pandemia sta mettendo tutti e tutto a dura prova. Papa Francesco ha detto che la cosa peggiore sarebbe non approfittare di questa situazione per uscirne migliori. Ha parlato di “sonno della mediocrità”. Come uscirne?

«Purtroppo questo richiamo sembra non essere molto ascoltato perché certi atteggiamenti vanno in una direzione che non è quella di imparare da questa pandemia a recuperare quelli che sono i valori di fondo della vita, un atteggiamento di comunità, di fraternità. Si rischia di guardare ancora al proprio piccolo orto e invece c’è bisogno di riscoprire questa dimensione universale che il Papa ha sottolineato nella sua ultima enciclica».

Mi viene alla mente la frase del Vangelo in cui Cristo dice agli Apostoli: “Ma voi chi dite che io sia”? Ecco, se ci ponesse questa domanda oggi come dovremmo rispondere?

«E’ una domanda alla quale ognuno deve rispondere personalmente, nessuno può sostituirsi ad un altro. Credo però che la risposta sia quella che il Signore ci ha comunicato di sé: Io sono la via, la verità e la vita».

Un’ultima domanda. Nella lettera di Natale che ha indirizzato ai fedeli della Diocesi, Lei ha scritto, tra l’altro “Mi ricordo di te, persona che non conosco e che tuttavia stai leggendo questa mia lettera…”
Ma ci saranno stati anche tanti altri che Lei non conosce e che non hanno letto la Sua lettera. Cosa dire loro?

«Che la Chiesa ama e vuole dialogare, raggiungere tutti, anche quelli che sono distanti, che sembrano ormai aver fatto i conti con la fede. Se c’è una persona che non accoglie il Signore, il Vangelo, credo che la Chiesa non può stare tranquilla e neanche il Vescovo può stare tranquillo»

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