Giffoni Valle Piana, la lettera al direttore di Marcello D’Ambrosio: “Caro PD, addio”

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“Caro direttore, approfitto ancora, e per l’ultima volta, della sua testata per rendere pubblica, a chi può interessare – non credo siano molti – la mia posizione rispetto al PD di Giffoni Valle Piana. Nella mia precedente lettera concludevo scrivendo: io non mi arrendo. In questa, esordisco con: mi sono arreso. Getto la spugna. Nella mia vita ho sempre praticato l’umiltà, ma, con umiltà, mi lasci dire che il livello delle persone con cui mi sto scontrando è troppo basso. È troppo basso il livello del sedicente coordinatore del PD giffonese Vincenzo Cavaliero. Una persona di cui ignoro i titoli di studio – se ne ha – di cui ignoro la professione – se ne ha una – di cui mi risulta solo una ripugnante commistione tra pubblico e locale che si manifesta in un oscuro affarismo avallato, per quanto ne so, dal sindaco di Giffoni Valle Piana Antonio Giuliano (mi querelino, se vogliono). Della sua “storia” politica si sa che fino a pochi anni fa era, dall’adolescenza, il segretario di Rifondazione Comunista che dai palchi “tuonava” (…) contro il Partito Democratico e i suoi esponenti locali: Carpinelli, Russomando, Giuliano.Salvo poi salire sui loro carri, di Carpinelli, Russomando, Giuliano, costantemente alla ricerca di un tornaconto personale. Dal 2002, ventuno anni fa, Cavaliero è il “sempre candidato”: nel 2002, appunto, con Carpinelli, nel 2006 e nel 2011 con Russomando, nel 2016 e nel 2021 con Giuliano (e mi perdoni Cavaliero se non ho riportato correttamente la sua storia da eterno candidato, ma ad oggi non esiste una sua pagina su Wikipedia e devo ricorrere alla mia memoria sulle vicende politiche locali). Di Giuliano è nota la miseria personale, culturale, politica: un personaggio in cerca d’autore in attesa che un De Luca (Vincenzo o Piero) lo rendano protagonista di uno dei loro miracoli (come tanti altri miracolati della corte deluchiana). In perenne, vana e frustrata attesa di una candidatura alla presidenza della provincia di Salerno, alle politiche, alle regionali. In nome della quale ha svenduto Giffoni Valle Piana alla famiglia De Luca, in particolare al “mai votato” ma “sempre eletto” Piero De Luca, che il padre Vincenzo ha avuto l’ardire di accomunare al presidente della repubblica Sergio Mattarella, nel ridicolo tentativo di sdoganare l’osceno (e con molti lati oscuri) familismo con cui lo ha piazzato in parlamento (per l’altro figlio Roberto stesso trattamento privilegiato, su scala comunale). Del segretario provinciale Enzo Luciano, a voler essere lombrosiani, basta osservarne i tratti somatici per intuirne la sua natura di ectoplasma, evanescente come lo è il PD provinciale, che addirittura non ha più nemmeno un sito web per reperire un indirizzo email. Ma davvero Franco Alfieri, Vincenzo Napoli, Vincenzo De Luca permettono a Luciano, che forse non ha neanche il voto della moglie, di intestarsi vittorie alle comunali, alle provinciali, alle regionali e, se mai è capitato, alle politiche? Davvero lasciano che si intesti vittorie interne al partito e nei territori dove decine, se non centinaia, di militanti e amministratori consumano ogni giorno kilometri di strada per onorare il mandato che gli elettori o gli iscritti gli hanno conferito, mentre Luciano sta comodamente seduto alla scrivania in qualità di capostaff – non bastava la segreteria provinciale – del sindaco di Salerno a centomila euro all’anno? Sto scrivendo di getto, preso da un moto di rabbia. Ma credo che il senso di ciò che voglio comunicare sia chiaro. A spingermi a questa conclusione sono state diverse persone che mi hanno invitato a non gettare alle ortiche la mia professione di ingegnere e di giornalista andandomi a mischiare con personaggi di così piccolo spessore. E io ho scelto di non gettare alle ortiche nulla di tutto ciò che, solo ed esclusivamente con le mie forze, ho conquistato. Inoltre tre giorni fa ho telefonato in federazione provinciale e della mia iscrizione online (27 euro) non vi è nessuna traccia secondo la gentile “centralinista” di via Manzo. Se questo è un partito. Mi fermo qui per il disgusto, ma mi lasci concludere con una considerazione: io non sono nato nella politica, ma nella politica sono cresciuto. E grazie a chi me lo ha consentito, ho avuto la possibilità di formarmi alla scuola migliorista e berlingueriana della sinistra, per quanto queste due storie non abbiano mai camminato proprio in parallelo nel PCI. Davvero non so cosa io possa condividere con Cavaliero e Giuliano. Mi arrendo: addio al PD, o almeno a questo PD. Grazie Andrea per avermi ospitato sul tuo, anzi sul nostro, giornale: da questo momento smetto di inseguire il PD e ritorno a impegnarmi come ingegnere e giornalista”.

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